
Masturbarsi con i Pooh che nello stereo cantano
Così ti amo è il massimo del kitsch per un Raymond allo stremo delle forze.
Ho ancora due neuroni buoni da portare sulla cattiva strada e due coglioni troppo gonfi da spremere, un filmozzo amatoriale girato un anno fa con quella bernarda boriosa della Cinquecento Sporting nel VRC e la scorta nuova di salviettine profumate a portata di mano.
Un pensiero gentile mi accarezza la libido e mi ficco in culo un dito imburrato.
E me lo meno.
Le borracce della Sporting sono perennemente in primo piano (dirigeva lei le riprese, con estro da maestro, da fare invidia ai piani sequenza di un De Palma in stato di grazia), e la sua sbroda lascia sulle lenzuola delle chiazze che ancora, mi giocherei il prepuzio, sono là se vado a cercare nell’armadio. Metto il fermo immagine e mi sollecito la prostata col medio mentre con l’altra mano strozzo il collo pensando alla sensazione di umidità sulle ginocchia e alle labbra, le mie e le sue.
Le sue labbra da mangiare, le sue labbra da berci, quel sapore di figa che ti rimane sulla lingua per giorni, che sa di salmone e fiori e lattughino e mare, sale, sole.
Mi si è stancata la destra e faccio a cambio: intingo il dito dell’altra mano nel detergente intimo e giro con un gomito la tv, mi sdraio sul letto, allargo le gambe e le sparo lunghe verso il soffitto appoggiandole sullo specchio a parete comprato all’Ikea. Ci vedo riflesso il pornazzo e rimetto play al nastro, ci vedo riflesso il mio buco del culo e ci infilo il dito, ci vedo riflesso palle e cazzo e ricomincio a pompare. La testa sta sul cuscino e penso che non c’è posizione migliore per un solitario del genere: la cervicale sta zitta, per rispetto o perché gode come una vacca pure lei, ed ho solo un leggero fastidio al polso sinistro, ma nulla in confronto al piacere immenso che sta insinuandosi qui nella testa.
Quella vacca della Sporting Gialla ha cambiato inquadratura e mi sta filmando le palle. Si avvicina con la bocca entrando in camera con la leggerezza di un elefante imbufalito e mi morde un testicolo: nonostante Facchinetti e i suoi acuti del cazzo sento l’urlo di dolore di un Raymond più giovane di un anno e comunque, sempre e comunque arrapato da morirne: le afferra la testa e la videocamera traballa e si sfoca, poi se la tira su fino al viso e la guarda con l’incazzatura in un occhio e il paradiso nell’altro, infine se la porta dietro al culo e dice qualcosa che non sento ma che ricordo bene, e lei comincia a leccare e leccare e succhiare e leccare e infilare la lingua su per il culo…
E io qui, davanti al mio specchio rifletto un buco del culo mai stato più felice, sditalinato e paonazzo: non brucia per un cazzo, ma solo bene mai male, mai male. E fanculo se pensate che sia da gay: se dio ce l’ha messa nel culo la prostata un motivo ci sarà, e secondo me è questo. Ci do dentro, piano, almeno più lentamente di quanto la vacca del video non sta facendo col giovane Ray, che urla di piacere come un maiale al macello, epperò poi la prende con la forza e la gira come fosse di gommapiuma e se la para davanti in una pecora ché mi ricorda la natura, gli animali e il sesso nella sua forma più pura: glielo ficca in culo senza chiedere permesso ed ora è lei la scrofa, ora è lei che schiamazza, che si dimena, e senza mai mollare la telecamera.
Si sta inquadrando la bocca vogliosa e le tette e gli occhi che guardano nell’obbiettivo e dicono Ray, ovunque tu sia, quandunque tu stia masturbandoti, vienimi, vienimi in faccia, vienimi in bocca, vienimi nel pensiero: e sborro lì nel suo culo e qui sulla mia pancia: litri di sbroda, litri di latte caldo appena munto e nessuno a leccarmelo via, litri di seme che non darà mai frutto, seme che non doveva finire così, che non dovrebbe mai finire così…
Tiro fuori un dito viola dal culo e sento la morsa stretta che ancora stringe e allenta la presa, che ancora ne vorrebbe, sento lo sfrigolio di un groviglio di nervi che chiede ancora ma ancora no, che chiede ancora ma non così, che chiede ancora ma anzi no, che chiede ma non sa cosa cazzo vuole.
Il video continua con lei che si sdraia su un lato, ancora in preda all’orgasmo sempiterno che il giovane barra vecchio Raymond le ha appena regalato. Si pulisce il culo con una mano e si porta la sbroda alla bocca e succhia le dita, e poi corre da lui, gli lecca la pancia, gli prende il cazzo in bcca di nuovo e se lo pulisce tra i denti, sulle guance, nella gola.
Nello specchio invece l’azione è ferma: c’è solo il Ray contemporaneo, col culo rosso e il cazzo moscio, un’espressione incazzata in viso e la voglia ma non la forza di spaccare tutto.
Lancio il telecomando contro la tv e fortuna del cazzo parte l’avanzamento veloce e li vedo coccolarsi, rapidamente, come fosse una comica di Chaplin.
Rovescio la testa all’indietro e penso a dove puttana l’ho letta quella cosa, e penso che chiunque l’ha scritta ci aveva una ragione fottuta:
post coitum omne animal triste.
Vado a farmi un altro giro,
Ray